Strumenti musicali popolari in Calabria


ANTONELLO RICCI E ROBERTA TUCCI

Strumenti musicali popolari in Calabria.

Questo articolo si basa sui dati da noi raccolti attraverso un decennale lavoro di ricerca sul campo in Calabria, incentrato sulla musica e gli strumenti musicali della tradizione folklorica1. In Calabria una percentuale non indifferente della popolazione condivide ancora un'arcaica cultura agro pastorale, tramandata oralmente e in parte funzionale alla vita delle comunità. In tale ambito la musica assume un ruolo di rilievo e i suonatori, per il loro alto grado di coscienza culturale (espresso proprio attraverso la scelta di essere tali) rappresentano le punte più avanzate della cultura musicale tradizionale. In questo ambito, la nostra attenzione per gli strumenti musicali calabresi si colloca accanto a un più generale interesse per il mondo musicale di cui essi sono parte. Abbiamo cercato di individuare le caratteristiche e i comportamenti di ciascuno strumento, analizzandone i repertori e le tecniche esecutive, così come sono emersi attraverso la documentazione sonora da noi realizzata nel corso della ricerca. Pertanto non intendiamo qui prendere in esame mere questioni organologiche applicate teoricamente agli strumenti in quanto muti oggetti. Del resto, in un approccio il più possibile "emico" agli strumenti musicali popolari calabresi, non si può non tenere conto che secondo la nomenclatura tradizionale, essi vengono definiti con un termine - i suoni - esplicitamente riferito alla loro funzione di fono produttori, mentre in quanto oggetti in sé spesso non godono di particolare considerazione, e, se non più usati, vengono lasciati decadere. In Calabria si contano una trentina di strumenti musicali diversi, alcuni dei quali presentano caratteri di forte arcaicità e sono parzialmente o totalmente estinti in altre regioni italiane. Secondo la distinzione proposta da Erich Stockmann, fra strumenti "primari" e "strumenti secondari"2 — i primi utilizzati esclusivamente per eseguire musica popolare, i secondi presenti anche in altri contesti socio-culturali — , in Calabria si rileva una netta prevalenza dei primi, alcuni costruiti in botteghe specializzate, altri direttamente dai suonatori. Questa prevalenza è indicativa di un alto grado di coesione culturale, anche se non sempre l'acquisizione di strumenti dall'esterno è sintomatica di sfaldamento. Spesso gli strumenti "secondari" vengono talmente rivisitati e adattati all'ambito musicale folklorico, da rendersi del tutto autonomi rispetto ai modelli originari. Un caso esemplare è quello della chitarra battente, decaduta presso la cultura dominante, adattata e fatta propria dal mondo contadino meridionale e in tale ambito costruita in botteghe specializzate. Ma il caso forse più clamoroso riguarda l'organetto, strumento di fabbricazione industriale, di cui i suonatori popolari dell'Italia centro meridionale e della Sardegna si sono appropriati in modo spesso autonomo e originale. Tuttavia la prevalenza di strumenti "primari" rispecchia anche precise scelte timbriche, realizzate attraverso l'uso di determinati materiali, nonché di specifiche tecniche artigianali. Così, ad esempio, il triangolo deve essere di ferro battuto, la membrana del tamburello di pelle conciata, e così via. In tale dimensione la categoria dei costruttori è incoraggiata a perdurare e numerose sono le botteghe artigiane in cui vengono prodotti strumenti musicali. La bottega di costruzione è un luogo molto importante per la continuità della tradizione musicale perché permette il ricambio degli strumenti, ma anche perché funge da punto di riferimento e di incontro per i suonatori. Nel corpus degli strumenti musicali popolari calabresi si distinguono due fondamentali livelli socio-economici di uso: agro pastorale (contadini, pastori, pescatori) e artigiano-paesano (barbieri, sarti, macellai, ecc.). Il primo è caratterizzato da una netta prevalenza di strumenti "primari", spesso arcaici, il cui uso viene trasmesso oralmente al di fuori della teoria colta occidentale e che spesso comportano anche specializzazioni lontane dal professionismo, secondo la moderna accezione del termine. Il secondo livello è caratterizzato da una prevalenza di strumenti "secondari", per lo più moderni, a volte anche elettrificati, il cui uso è accompagnato da elementari nozioni di teoria musicale e da pratiche di semi professionismo o professionismo (ad esempio, complessi di plettri, bande). La nostra ricerca ha riguardato prevalentemente il livello agro-pastorale. Non abbiamo tuttavia trascurato gli strumenti condivisi, se pur con diverse modalità, da ambedue i livelli, come chitarra e mandolino. Abbiamo invece escluso violino e fisarmonica, nonché gli organici delle bande. Inoltre, per brevità di esposizione, non verranno qui esaminati gli innumerevoli strumenti effimeri (fatto salvo il flauto di corteccia), né gli oggetti sonori. Corno e conchiglia mancano dalla nostra documentazione in quanto strumenti ormai desueti. Gli strumenti musicali di seguito esaminati rappresentano attualmente l'effettivo corpus utilizzato per la musica contadina in Calabria. Il modo in cui vengono usati e combinati insieme, le funzioni che assumono nelle varie occasioni, il simbolismo e la ritualità ad essi associati, sono tutti fattori regolati da un rigorosa norma sociale attraverso cui la cultura folklorica mantiene e perpetua la propria musica.


IDIOFONI

BUBBOLI E CAMPANACCI.

Bubboli e campanacci vengono usati come finimenti per alcuni animali da lavoro (asini, cavalli) o da allevamento (pecore, capre, bovini). Sono forgiati dai fabbri in bronzo, ferro, ottone, ma si trovano anche esemplari di fabbricazione industriale. Hanno diverse misure a secondo dell'animale a cui sono destinati: da pochi centimetri di lunghezza per agnelli e capretti, fino a 30-40 cm per bovini adulti. I pastori li acquistano alle fiere del bestiame scegliendoli in base alle dimensioni e al suono che, secondo una simbologia sessuale, viene distinto in "maschio" e "femmina". Permettendo il riconoscimento a distanza della mandria o del gregge e dei suoi singoli componenti, i campanacci assumono la funzione di "segnalatori sonori". Vi è anche un loro uso più propriamente musicale, legato al Capodanno e al Carnevale. Durante tali occasioni rituali, caratterizzate dal tema dell'espulsione del male, i campanacci figurano tra gli strumenti "rumorosi", suonati all'interno dello spazio abitato in funzione esorcistica e purificatoria. I balli "processionali" che si eseguono a Carnevale in alcuni paesi della provincia di Cosenza vengono di norma accompagnati dalla percussione di bubboli e campanacci, accanto a oggetti sonori come pentole, coperchi, ecc.


TRIANGOLO

Il triangolo (azzarinu), costruito dai fabbri, viene ricavato da una barra di ferro modellata a forma e temperata per ottenere una buona sonorità. Solitamente le estremità terminano affinandosi in due ricci simmetrici ripiegati su se stessi verso l'esterno. Le dimensioni variano ma sono per lo più rimarchevoli: 25-30 cm per lato. Lo strumento è corredato da un batacchio dello stesso materiale, ugualmente trattato. Il triangolo viene tenuto in sospensione con la mano sinistra mediante un cordino, mentre la mano destra percuote il batacchio contro le pareti interne secondo varie tecniche, che danno luogo a sequenze di duine puntate e terzine (Es. 1).

ES.1


RAGANELLE E TRÀCCOLE,TABELLE E MARTELLETTI

Alcuni idiofoni a raschiamento e a percussione (tocca, tòccheta, tirri, ecc.) vengono impiegati per accompagnare le processioni della Settimana Santa. Si tratta di strumenti rumorosi il cui uso, in un periodo caratterizzato da rituali di purificazione, ne evidenzia la funzione esorcistica. Occasionalmente questi strumenti sono anche usati durante il Carnevale. Da un punto di vista organologico si distinguono due tipi fondamentali. a) A raschiamento: raganella e tràccola. La raganella è costituita da un semplice telaio di legno o di canna da cui è ricavata una linguetta che poggia su una ruota dentata alloggiata entro lo stesso telaio e imperniata su un manico esterno. Impugnando lo strumento per il manico e facendolo ruotare intorno al proprio asse, si provoca l'azione di raschiamento della linguetta contro i denti della ruota. La tràccola è una scatola di legno di varie dimensioni — anche molto grandi — contenente al suo interno uno o più ingranaggi da raganella, che vengono azionati da una manovella esterna. Essendo fornito di risuonatore, questo strumento ha un volume di suono molto maggiore di quello della raganella e, in generale, è il più rumoroso di tutti gli idiofoni della Settimana Santa. b) A percussione: tabella e martelletto. La tabella consiste in una tavoletta di legno con l'impugnatura ricavata internamente lungo uno dei lati. Su ambedue le superfici sono incernierate una o più maniglie metalliche, oppure ante di legno. Tenendo saldamente lo strumento per l'impugnatura e facendolo ruotare lungo il proprio asse, ora da un lato, ora dall'altro, si provoca la percussione degli elementi mobili contro la tavoletta. Il martelletto è costituito da una piccola, sottile tavola di legno sulla cui superficie inferiore è infisso un manico mentre su quella superiore sono incernierati, in vario modo, uno o più batacchi a forma di testa di martelletto. Impugnando lo strumento per il manico e scuotendolo da una parte all'altra, si ottiene la percussione dei martelletti contro la tavola. Generalmente tutti questi strumenti sono suonati da bambini, ma le grosse tràccole, il cui funzionamento richiede una notevole forza fisica, vengono azionate da uomini, anche in gruppo. Gli idiofoni della Settimana Santa sono diffusi in tutta la regione con diversi gradi di presenza.


CASTAGNETTE

In Calabria le castagnette (scattagnole, scattagnette) sono costituite da un'unica coppia di gusci di legno duro e sonoro (acero, bosso, ecc.). Vengono generalmente intagliate a mano, con coltello, dai pastori. Forma esterna e dimensioni possono variare anche di molto: si passa da una sagoma rettangolare a una piriforme o ovoidale, da una cavità interna minima ad una di rilevante spessore, da una lunghezza di pochi centimetri a 10-12 cm. Superiormente i gusci presentano ciascuno una coppia di forellini, in cui passa un cordino che tiene i due elementi incernierati. Il cordino attraversa anche una linguetta costituita da un rettangolino di cuoio, gomma o legno, posto fra le valve in corrispondenza dei forellini. La linguetta è un elemento importante perché determina la giusta distanza fra i gusci assicurandone la possibilità di rimbalzo. Questo tipo di castagnette mono coppia vengono suonate afferrandole saldamente per la parte superiore con la mano destra, dopo aver avvolto il cordino intorno alle dita in vario modo, e facendole percuotere e rimbalzare contro il palmo o il dorso della mano sinistra, in modo da provocare la percussione reciproca dei due elementi.


MEMBRANOFONI

TAMBURELLO

In Calabria il tamburello (tammurrinu, tammureddu) è diffuso su scala regionale ed è tuttora molto usato per accompagnare la danza tradizionale — tarantella — per l'esecuzione della quale si richiede un forte sostegno ritmico (Tav. IV b e Tav. V a). Soprattutto in provincia di Reggio Calabria si rileva l'importanza di questo membranofono, che appare lo strumento a percussione per eccellenza, di cui non si può fare a meno e che, anzi, si ama moltiplicare nelle esecuzioni. É l'unico strumento suonato anche dalla donne e, benché venga praticato da ambo i sessi e molti uomini ne siano grandi virtuosi, il sua carattere femminile — simbolicamente e storicamente determinato — traspare di continuo. É inoltre strumento largamente praticato anche dalle giovani generazioni. Il tamburello, le cui dimensioni variano dai 15 ai 50 cm di diametro, viene molto spesso costruito direttamente dai chi lo suona. Ma vi sono anche dei costruttori che operano in botteghe specializzate — ad esempio a Seminara (RC) — e portano a vendere i propri prodotti nelle fiere e nelle feste religiose. La costruzione dello strumento prende avvio dalla concia, con sale e allume, della pelle, che per lo più è di capretto ma anche di coniglio e persino di gatto. Ancora bagnata, la pelle viene tesa su una cornice — ricavata da una stretta striscia di legno modellata a cerchio — e fissata intorno ad essa con colla e chiodi, a volte con l'aggiunta di un controcerchio di legno. Lungo la cornice sono aperti degli alloggiamenti rettangolari in cui sono inserite coppie di piattini metallici, battuti e temperati, assicurati mediante filo di ferro. I costruttori usano decorare lo strumento con piccoli motivi floreali dipinti lungo la cornice o con scene di argomento cavalleresco affrescate sulla pelle. A volte, per ottenere una sonorità più morbida e "ovattata", la pelle non viene completamente rasata del pelo, che resta in evidenza sulla superficie interna del tamburo. Inoltre, per esaltare il volume e le frequenze acute dei piattini, si usa a volte sospendere, in vario modo, campanelli e bubboli all'interno della cornice (Tav. IV b). Il tamburello viene suonato afferrando la cornice dal basso con la mano sinistra e percuotendo la pelle con la mano destra, utilizzando la punta delle dita, il palmo, il polso, secondo varie tecniche. Nelle esecuzioni l'accompagnamento percussivo dello strumento è caratterizzato da frequenti ambiguità ritmiche (alternanza nella stessa battuta di figure binarie, semplici o puntate, e ternarie, v. Es. 1).


TAMBURO A FRIZIONE

Il tamburo a frizione è formato da un risuonatore, una membrana e un bastone. Il risuonatore è un recipiente cilindrico di latta, terracotta o legno, avente la superficie superiore aperta. Su questa apertura è tesa una membrana di pelle, di stoffa o di vescica, fissata tutto intorno con legatura di spago. Al centro della membrana emerge un lungo bastone di canna, sottile e privo di nodi, fissato dall'interno alla membrana stessa. L'assemblaggio della canna con la membrana, invisibile dall'esterno, si realizza in vari modi: se la canna è molto sottile è sufficiente una spilla da balia; altrimenti si può legare a croce un listello su una estremità della canna e legare a questo dispositivo il pizzo centrale della membrana. Lo strumento viene suonato in piedi o da seduti, sostenendo con una mano il recipiente all'altezza del torace. L'altra mano, previamente bagnata, sfrega la canna che trasmette così la vibrazione alla membrana, anch'essa bagnata. Per poter disporre di una certa autonomia, si usa versare un po' d'acqua direttamente dentro lo strumento, in modo che all'occorrenza, capovolgendo il recipiente, si possa ristabilire il giusto grado di umidità. Il suono, cupo e grottesco, ha dato luogo a denominazioni di chiaro significato onomatopeico: cupi-cupi, zucu-zucu, ecc. Il cupi-cupi ha funzione rituale e viene suonato esclusivamente in determinate occasioni "cerimoniali" del calendario agricolo invernale: Capodanno, Carnevale. In queste occasioni, presso le comunità agro-pastorali, gruppi di cantori e suonatori questuanti girano per le case del paese e nella campagna porgendo gli auguri e chiedendo in cambio dono alimentari. Nei giorni precedenti la festa si preparano i tamburi a frizione, utilizzando i materiali che si hanno a disposizione (ad esempio, una tovagliolo da cucina può fornire la membrana). Al termine dell'occasione rituale gli strumenti vengono smembrati e i loro componenti tornano a rioccupare le originarie posizioni. Lo strumento dunque non ha un'effettiva consistenza in quanto oggetto e la sua breve, effimera esistenza ne conferma il carattere rituale. Il suo uso in altri momenti dell'anno, infatti, non è concepito. Generalmente la pratica del cupi-cupi è associata all'universo femminile: sono spesso le donne infatti, che, inattive in altri contesti musicali, lo costruiscono, lo suonano, cantano accompagnandosi con esso, lo disfano (Tav. III a).


TAMBURI DA BANDA

Fra gli strumenti musicali "secondari", rivisitati dalle comunità folkloriche nell'uso e nella funzione, sono le percussioni da banda: il tamburo militare o rullante e la grancassa, a cui si possono aggiungere anche i piatti (idiofoni). Questi strumenti costituiscono l'organico di formazioni semiprofessionistiche: i cosiddetti tammurrinari o tamburrinari. Costoro vengono chiamati a suonare in varie occasioni, ad esempio per le novene — periodi di nove giorni antecedenti le feste religiose — ma soprattutto per accompagnare le processioni che si svolgono durante le feste religiose estive, molto diffuse nella parte meridionale della regione. Ad esempio, a Gioiosa Ionica (RC), in occasione della festa di S. Rocco, è consuetudine che i devoti eseguano tarantelle votive processionali davanti e dietro la statua del Santo, con l'accompagnamento di un folto gruppo di tammurrinari (50-60 suonatori). In alcune feste i tammurrinari accompagnano anche il ballo dei "Giganti" — due grandi pupazzi animati al loro interno da uomini — che rappresentano i personaggi mitici del re moro e della regina bianca. La tarantella eseguita dai tammurrinari è caratterizzata da una struttura ritmica poco variata, su tempo composto, fortemente influenzata da uno stile "militaresco" (Es. 2).

ES.2


MIRLITON

É costituito da un segmento internodale di canna palustre avente le estremità aperte, tagliate l'una (superiore) in corrispondenza di un nodo, l'altra (inferiore) subito prima del nodo successivo. In prossimità dell'estremità superiore sulla parete è aperto un foro "a occhio", che costituisce l'imboccatura dello strumento. L'estremità superiore è ricoperta da una membrana — data da una foglia, una pellicola di cipolla, un frammento di carta velina, ecc. — legata tutto intorno alla canna mediante un cordino o un filamento vegetale (ad esempio un tralcio di ginestra). Per far "suonare" lo strumento, si pongono le labbra contro l'imboccatura e si canta un motivo a fior di labbra. La membrana, entrando in vibrazione, modifica il timbro naturale della voce che acquista una sonorità ronzante. Strumento dalle originarie connessioni magico-rituali, in Calabria il mirliton (frischetto) ha perso tali ancestrali riferimenti, per diventare uno dei tanti strumenti-giocattolo usati dai bambini.


AEROFONI

FLAUTO DI CORTECCIA

Tra le forme più rudimentali di aerofoni, la Calabria annovera un buon numero di strumenti effimeri stagionali, tuttora occasionalmente costruiti e suonati dai pastori. Di essi, quello che forse presenta una maggiore compiutezza musicale è il flauto di corteccia (fràgulu, faraùtu, ecc.), che viene costruito in primavera utilizzando la corteccia di diverse piante in vegetazione: castagno, salice, fico, oleandro (Tav. III b). La costruzione inizia tagliando un giovane ramo e distaccandone la corteccia secondo varie tecniche, in modo da ottenere un tubo di corteccia di lunghezza variabile da 60 ai 100 cm. Il tubo viene lavorato in modo da divenire un flauto a fessura interna, privo di fori digitali, aperto, con imboccatura apicale o laterale. La zeppa è ricavata da un segmento del legno estratto. Lo strumento dura pochissimi giorni, per poi diventare inutilizzabile a causa della secchezza. Non disponendo di fori digitali, la melodia si ottiene mediante gli armonici che risultano dalla sovrainsufflazione, mentre l'unica azione digitale si realizza sull'apertura terminale. In tal modo si ottiene un numero variabile di suoni armonici, secondo le dimensioni del flauto e il suo rapporto lunghezza/diametro. Da alcune testimonianze risulta che in passato il flauto di corteccia venisse costruito e suonato in funzione rituale durante la Settimana di Pasqua. Oggi lo strumento è molto sporadicamente praticato dai pastori, che ne sanno ricavare delle suggestive sonate.


FLAUTO E DOPPIO FLAUTO

In Calabria, come in tutto il Sud Italia, pastori e contadini usano costruire un flauto a fessura interna, diritto, a becco, utilizzando la canna o il legno (fischiotto, frischetto, ecc.). Il tipo in canna è il più comune. Lo strumento viene costruito con l'aiuto di un coltello e, a volte, di un ferro rovente ben appuntito. Ve ne sono di diverse misure e anche il numero dei fori può variare di molto: da 3 anteriori a 8 anteriori + 1 posteriore. Le dimensioni, il numero dei fori, il grado di rifinitura e la presenza di eventuali decorazioni sono indicativi della diversa consistenza dello strumento in quanto oggetto: può trattarsi di un vero e proprio strumento musicale da conservare e utilizzare, ovvero di un passatempo effimero da gettare via dopo l'uso, o, infine, di un manufatto infantile. Per la costruzione del flauto a becco viene utilizzato un segmento di canna comprensivo di due nodi, tagliato superiormente appena sotto il primo nodo e inferiormente pochi centimetri oltre il secondo nodo. Molta cura viene posta sia nel modellare la zeppa di legno e il condotto interno sia nel posizionare regolarmente i fori digitali. Un importante elemento è dato dal tratto terminale del tubo, le cui pareti interne vengono spesso raschiate e affinate, mentre la membrana del nodo, parzialmente o totalmente aperta, crea una strozzatura che interrompe l'andamento cilindrico dell'anima dello strumento. In Calabria il flauto a becco di canna è diffuso anche in un modello bicalamo (fischiotti, frischetti) costituito da due flauti imboccati e diteggiati contemporaneamente — ciascuna mano aziona una canna. Del tutto simile per morfologia al flauto singolo, il doppio flauto presenta becchi molto sporgenti — atti a facilitare la tenuta dello strumento mediante i denti — e, a volte, grandi aperture posteriori/inferiori che servono a intonare le due canne fra loro. Si distinguono due tipi: I. a paro — canne di eguale lunghezza e diametro, tenute prevalentemente accostate (Es. 3, Tav. V b) II. a mezza chiave — canne di diversa lunghezza e diverso diametro, tenute in posizione divergente

(ES.3)


(Es. 4)

Il I tipo presenta quattro diverse combinazioni dei fori digitali, a cui corrispondono altrettanti modelli scalari, a partire da un ambitus di sesta (Es. 3.1 e 3.2) fino a un ambitus di ottava (Es. 3.4). In questa oscillazione la canna destra (R.) resta invariata, mentre la sinistra (L.) si diversifica, sia per il numero dei fori digitali (2, 3, 4), sia per il loro allineamento con quelli della canna destra. Nella prassi esecutiva queste quattro diverse combinazione sono riconducibili a un unico modello musicale, dal momento che l'accompagnamento si realizza in tutti i casi attraverso un'unica forma-base, per tutti ottenibile se pur con maggiore o minore numero di variazioni possibili. É da sottolineare, infine, che ciascuno dei quattro modelli scalari è sovrapponibile a quello della zampogna a paro ( III Tipo e Es. 8). ES. 3. Doppio flauto I tipo ES. 4. Doppio flauto II tipo Il II tipo ha un'unica disposizione dei fori a cui corrisponde il modello scalare dell'Es. 4. Si noti che tale modello coincide con quello della zampogna a chiave ( II Tipo e Es.7). Come si vede, il doppio flauto è uno strumento che presenta strette analogie con le canne melodiche delle zampogne. Del resto, molti suonatori di doppio flauto sono anche zampognari e inoltre i repertori dei due strumenti in parte coincidono, comprendendo pastorali (suonate lente) e tarantelle (musica per danza). Il doppio flauto è diffuso su scala regionale con maggior preponderanza nella provincia di Reggio Calabria e con prevalenza del tipo a) rispetto al tipo b). In passato, secondo una testimonianza da noi raccolta, è esistito anche un modello a tre canne, di cui una, priva di fori digitali, in funzione di bordone.


CORNO AD ANCIA

Il corno ad ancia è uno strumento da richiamo e da segnalazione, usato per radunare diversi tipi di animali. É costituito da un corno di bue lungo 40-50 cm, il cui apice, segato e forato, alloggia un'ancia semplice battente di canna, del tipo utilizzato per le zampogne ( I Tipo). A volte viene munito di tracolla per il trasporto. Lo strumento si suona ponendo l'ancia completamente all'interno della bocca, mentre le labbra si serrano sul bordo del corno.


CIARAMELLA

In Calabria la ciaramella viene detta pipita. É composta da un lungo fuso che termina con una campana ad esso solidale, oppure avvitata. Ha 6 o 7 fori digitali anteriori + uno posteriore (alto) intonati secondo una scala diatonica (Es. 5), più vari altri fori di intonazione. Monta un'ancia doppia di canna (rametta) che, in stato di riposo, i suonatori usano custodire all'interno della campana. e che non è dissimile da quella dell'oboe. Spesso il bordo della campana e la giuntura tra il fuso e la campana vengono rinforzati con anelli di corno. ES. 5. Ciaramella La ciaramella viene costruita in botteghe di tornitori specializzati. I legni più usati sono: olivo, olivo selvatico, acero, bosso, vari alberi da frutta. Lo strumento viene suonato in duo con la zampogna a chiave ( II Tipo) e in questa formazione, tipica anche di altre regioni italiane (Lazio, Abruzzo, Molise, Campania), assume un ruolo solistico sostenendo le parti "cantabili". Per una tale esigenza di abbinamento lo strumento viene costruito in più misure, in relazione alle diverse tonalità delle zampogne che lo accompagnano. La ciaramella fa anche parte di piccole formazioni bandistiche tradizionali (Tav. IV a). Il repertorio comprende suonate tradizionali (tarantella, pastorale) e brani più moderni (marce, canzonette).


ZAMPOGNA

La zampogna (zampogna, ciaramedda) è uno degli strumenti di maggior rilievo nell'ambito agro-pastorale calabrese. La forma e le parti animali di cui è composta (qualche suonatore ama definirla "la capra che suona") la connettono strettamente alla sfera magico-rituale, mentre il peso e la funzionalità che ricopre nella vita musicale la rendono emblematica dell'interno universo dei suoni della regione. Lo strumento è diffuso su scala regionale in quattro diversi modelli e quasi ovunque viene usato durante tutto l'arco dell'anno soprattutto in occasioni cerimoniali e festive. Le zampogne calabresi hanno 4 o 5 (eccezionalmente 6) canne ad ancia infisse in un ceppo tronco-conico che comunica con l'interno di un otre di pelle. L'otre fornisce la riserva d'aria ed è rivato dalla pelle di una capra o di una pecora che, sfilata per intero dall'animale, ne mantiene la forma con il pelo all'interno. Al posto del collo viene legato il ceppo, al posto di una zampa anteriore, il cannello di insufflazione. Le altre zampe sono chiuse e sporgono bene in evidenza. Le dimensioni dell'otre sono proporzionali a quelle delle canne. Tuttavia in Calabria si tende a preferire otri molto grandi. Il canneggio è impiantato su due canne melodiche più bordoni. Le canne melodiche, munite di fori digitali, sono in un unico pezzo, ovvero in due parti separate, tra loro avvitate, e sono generalmente provviste di campane. Vengono accordate regolando l'apertura dei fori digitali mediante cera d'api. I bordoni sono ciascuno in due elementi, scorrevoli l'uno nell'altro in modo da poterne regolare la lunghezza. I principali legni usati per le canne sono: bosso, gelso, noce, olivo, olivo selvatico, acero, erica, alberi da frutto. Sulle giunture e sui bordi delle campane vengono a volte inseriti degli anelli di corno a scopo di rinforzo e di ornamento. Le ance di canna possono essere semplici o doppie. L'ancia semplice (zommaredda) è la più usata. Si ricava da un tubicino di canna avente l'estremità superiore chiusa da un nodo naturale. Lungo la sua superficie viene escissa una linguetta, con un taglio effettuato longitudinalmente, sia in un senso sia nel senso inverso. L'ancia doppia (rametta) è simile a quella della ciaramella. Alcuni strumenti possono montare ambedue i tipi di ancia contemporaneamente. Le zampogne sono corredate da una serie di accessori: una quantità di cera d'api viene generalmente tenuta attaccata al ceppo e utilizzata per restringere il contorno dei fori digitali durante l'accordatura; piccoli punteruoli di legno, corno, osso o altro, tenuti appesi allo strumento, servono a liberare i fori dalla cera in eccesso; tappi di legno vengono a volte impiegati per chiudere i bordoni durante l'accordatura; nappine, nastri e fiocchi colorati (generalmente rossi) forniscono una protezione magica contro il malocchio. Come la ciaramella, anche la zampogna viene costruita in botteghe specializzate dove si fa uso di particolari attrezzature: tornio (elettrico o a pedale), sgorbi, succhielli, alesatori, trapani, ecc. Qui vengono costruiti i nuovi strumenti e riparati i vecchi. Le occasioni più favorevoli per la vendita sono le grandi feste religiose annuali in cui convergono un gran numero di suonatori. I costruttori sono quasi sempre anche suonatori e svolgono un importante ruolo di trasmissione del sapere musicale. Tra i numerosi centri di costruzione calabresi, vi sono Farneta (CS), Verbicaro (CS), Brancaleone (RC), Bagaladi (RC). Alcuni tipi di zampogna vengono anche costruiti a mano, con coltello, direttamente da chi li suona. Lo zampognaro cura personalmente la manutenzione del proprio strumento, sostituendo all'occorrenza sia l'otre sia le ance. É un personaggio centrale nella vita delle comunità agro-pastorali: la sua presenza infatti garantisce il regolare svolgimento dei piccoli e grandi riti collettivi. I seguenti sono i quattro tipi di zampogna diffusi in Calabria: I TIPO: surdulina, anche i suoni, karamunxïa (albanese) (Tav. IV b). Area di diffusione centro-settentrionale (provincie di Cosenza e Catanzaro, comprese le minoranze linguistiche albanesi). Strumento di dimensioni medio-piccole (lungh. 30-60 cm) ad ancia semplice intagliata dall'alto verso il basso, con 4, raramente 5 (eccezionalmente 6) canne cilindriche prive di campane. Le canne melodiche sono di identiche dimensioni, ciascuna con 4 fori digitali più vari fori di intonazione. La sinistra è chiusa in fondo. I 2 bordoni di dominante, sono fra loro di diversa misura (eccezionalmente vi è un terzo bordone che raddoppia il minore). La scala musicale è la seguente: Es.6

.

ES. 6

Zampogna I tipo II TIPO: a chiave. Area di diffusione centro-meridionale (provincie di Catanzaro e Reggio Calabria). Strumento di grandi dimensioni (lungh. 80-120 cm) ad ancia doppia, con 5 canne, di cui 4 coniche con campana e 1 cilindrica priva di campana (bordone maggiore). Le canne melodiche sono fra loro di diverse dimensioni; la destra ha 4 fori digitali anteriori + 1 posteriore (alto), la sinistra ha 4 fori anteriori, di cui l'ultimo, distanziato dagli altri, viene azionato da una chiave metallica. Ambedue hanno fori di intonazione. I tre bordoni, di diverse misure sono, il minore e il medio, di dominante, il maggiore di tonica. La scala musicale è la seguente:

ES. 7.

Zampogna II e IV tipo III TIPO: a paro (Tav. V a) Area di diffusione centro-meridionale (provincie di Catanzaro e Reggio Calabria, comprese le minoranze linguistiche grecaniche). Strumento di dimensioni medio-grandi (lungh. 50-80 cm) ad ancia semplice intagliata dal basso verso l'alto o ad ance miste (semplice nel bordone maggiore, doppie nelle altre canne). Ha 4 o 5 canne, di cui 3-4 coniche con campana e 1 cilindrica priva di campana (bordone maggiore). Le canne melodiche sono fra loro di identiche dimensioni; la destra ha 4 fori digitali anteriori + 1 posteriore (alto), la sinistra ha 4 fori anteriori. Ambedue hanno vari fori di intonazione. I 2-3 bordoni di dominante sono di diverse misure. La scala musicale è la seguente: ES. 8.

ES. 8

Zampogna III tipo IV TIPO: a la moderna. Area di diffusione meridionale (provincia di Reggio Calabria, comprese le minoranze linguistiche grecaniche). Strumento di dimensioni medio-grandi (lungh. 50-80 cm) ad ancia semplice intagliata dal basso verso l'alto, con 5 canne, di cui 4 coniche con campana e 1 cilindrica priva di campana (bordone maggiore). Le canne melodiche sono fra loro di diverse dimensioni; la destra ha 4 fori digitali anteriori + 1 posteriore (alto), la sinistra ha 4 fori anteriori. Ambedue hanno vari fori di intonazione. I bordoni sono come nel tipo a chiave. La scala musicale è riportata nell'Es. 7. Come si può vedere dagli Ess. 6-7-8, si distinguono due modelli scalari di base, rappresentati, il primo dalla zampogna a chiave (II tipo) e dalla zampogna a la moderna (IV tipo), il secondo dalla zampogna a paro (III tipo) e dalla sua variante, la surdulina (I tipo). In tali modelli, restando invariati i suoni della canna destra, quelli della canna sinistra variano procedendo diatonicamente dalla tonica alla dominante nel II-IV tipo, dalla dominante alla sopratonica nel III tipo. Nelle zampogne del III (e I) tipo le canne melodiche sono intonate per quarte e presentano due serie di note che si sovrappongono parzialmente. La loro combinazione da luogo a un'ottava completa con successione modale dei gradi. Nelle zampogne del II-IV tipo le canne melodiche sono intonate all'ottava e presentano due serie non contigue di suoni. Inoltre, mentre le zampogne del III (e I) tipo hanno tutti i bordoni intonati sulla dominante, quelle del II-IV tipo presentano la caratteristica del bordone basso intonato sulla tonica. É importante notare che il modello scalare delle zampogne del III (e I) tipo è condiviso dai principali strumenti musicali arcaici della Calabria: il doppio flauto del tipo a) , la lira e, in una certa misura anche la chitarra battente con i suoi bordoni di dominante. In Calabria il repertorio della zampogna è rappresentato dalle due suonate tradizionali, pastorale e tarantella, ambedue funzionali alle occasioni rituali festive e di cui la processione (pastorale) e il ballo (tarantella) costituiscono gli eventi centrali. Si tratta per lo più di suonate di carattere iterativo-microvariato, generalmente di lunga durata. Soltanto il tipo a chiave, nel suo abbinamento con la ciaramella, ha assorbito repertori più moderni (balli di importazione, canzoni). La zampogna, infine, viene anche impiegata per accompagnare il canto.


ORGANETTO

L'organetto è uno strumento ampiamente diffuso in tutta la Calabria, nelle versioni a 2, 4 e 8 bassi. Per le sue caratteristiche organologiche (aerofono polifonico, ad ancia, a riserva d'aria) si presta a sostituire la zampogna, rispetto alla quale ha il vantaggio di una maggiore facilità di apprendimento, di uso e di manutenzione. Inoltre, per il suo carattere "allegro" l'organetto ha incontrato, in Calabria come in tutta l'Italia centro-meridionale, ampi favori, soprattutto da parte delle giovani generazioni. Naturalmente, trattandosi di uno strumento secondario, fabbricato industrialmente secondo le regole del temperamento musicale, non è possibile riprodurre con esso le sfumature microtonali della zampogna. Tuttavia in alcune aree della Calabria lo strumento appare rivisitato in modo abbastanza originale, e dotato anche di uno specifico repertorio. Ciò è particolarmente evidente nelle tarantelle e nelle ciaramiddare della provincia di Reggio, in cui elementi mutuati dallo stile "zampognaro" — note lunghe, accordi — vengono mescolati a elementi propri dell'organetto — frasi melodiche più articolate, ritmo staccato e secco realizzato con colpi di mantice — dando luogo a composizioni di grande effetto. L'organetto ha anche portato con sé repertori moderni (balli di importazione, canzoni).


CORDOFONI

CHITARRA

Dal punto di vista organologico lo strumento usato in Calabria è una normale chitarra "folk", con 6 corde metalliche accordate nella maniera consueta. Spesso si tratta di strumenti di fabbricazione industriale, ma a volte ci si può imbattere in qualche bell'esemplare costruito dai locali liutai o proveniente dalla vicina Sicilia. Generalmente la chitarra viene chiamata "francese" e considerata uno strumento importato, al contrario della chitarra battente che invece è ritenuta autoctona. Insieme al violino e al mandolino, la chitarra viene usata a livello artigiano-paesano in piccole formazioni semi-professionistiche, per repertori che presentano stretti contatti con vari generi musicali urbani (operette, romanze, canzoni napoletane). Vi è però anche un uso propriamente contadino dello strumento, che si realizza nell'accompagnamento al canto: soprattutto nello stile detto alla riggitana (al modo di Reggio) per due voci alterne e chitarra. In provincia di Cosenza, invece, la chitarra è spesso usata in abbinamento con la chitarra battente. Infine, in provincia di Reggio, abbiamo rilevato un repertorio solistico per chitarra, consistente in alcune forme di tarantelle (pizziche), per le quali viene utilizzata una tecnica esecutiva che presenta delle affinità con il finger-picking anglosassone: la melodia si sviluppa sulle prime due corde acute mentre con i bassi si producono delle note di bordone.


CHITARRA BATTENTE

La chitarra battente (Tav. III a) è uno strumento musicale di origine colta (XVII sec.) adottato dai contadini calabresi e rivisitato al punto tale da assumere caratteristiche e modalità d'uso autonome rispetto al modello storico. Lo strumento ha forma allungata con spalle e fianchi poco pronunciati, fondo bombato e alte fasce su cui, a volte, vengono aperti dei forellini detti "orecchie". La cassa è lavorata a doghe di noce o castagno intercalate da sottili listelli di legni chiari. Il piano armonico di abete è piegato inferiormente ed è decorato con diversi motivi dipinti in colori rosso e blu. La buca è coperta da una rosetta cilindrica di cartoncino colorato al centro della quale emerge un fiorellino di carta. Il ponticello, mobile e molto basso, è posto sulla parte inclinata del piano, appena sotto la piegatura. Il manico, di pero o di pioppo, termina con una paletta leggermente inclinata all'indietro, che alloggia piroli posteriori. Sulla tastiera di palissandro, o anche direttamente sul manico, sono infisse 9 barrette metalliche e un capotasto di legno. Lo strumento monta 4 corde metalliche, tutte uguali e molto sottili (0,20-0,25 mm), alcune delle quali possono venire raddoppiate. Spesso vi è anche una corda di bordone acuto detta scordino, tirata da un pirolo che buca la tastiera fra la VI e la VII barretta. Le corde sono accordate: Mi3, Si2, Re3, La2 (scordino, La3). Esiste anche un modello di chitarra battente a cinque corde doppie, che però è scarsamente usato a livello popolare. La chitarra battente viene realizzata in tre misure: grande (chitarra), lungh. cm 100; media (mezza chitarra), lungh. cm 90; piccola (chitarrino), lungh. cm 70. Uno dei principali centri di costruzione della chitarra battente è a Bisignano (CS), dove la famiglia dei liutai De Bonis risiede e lavora dal XVIII secolo. Esistono anche altri centri minori, dislocati nelle tre provincie. É probabile che in passato lo strumento fosse diffuso in tutto il territorio regionale. Attualmente la sua area di diffusione è limitata a una zona dell'entroterra ionico della provincia di Cosenza e, in piccola parte, di Catanzaro. In quest'area la chitarra battente gode ancora di una certa vitalità e funzionalità, rappresentando per alcuni suonatori un importante punto di riferimento musicale. In un territorio più meridionale (provincie di Catanzaro. e Reggio Calabria) lo strumento è diffuso in modelli semplificati a fondo piatto, le cui caratteristiche organologiche sono fortemente influenzate dalla chitarra (cfr. Tav. V b). La chitarra battente viene impiegata soprattutto per accompagnare il canto e per questa destinazione d'uso lo strumento è ritenuto particolarmente valido. Infatti la ricchezza degli armonici che si generano nell'esecuzione, unitamente alla ristrettezza dell'ambitus melodico, creano un tessuto sonoro che favorisce l'emissione e la tenuta del canto. I suonatori esprimono questa caratteristica affermando che la chitarra battente "avvolge e sostiene la voce". Il repertorio dello strumento comprende serenate (d'amore, di dispetto di amicizia), canti di questua per Natale e Pasqua, canti polivocali. Le serenata assomono tipicamente la forma di canto a strofette, in cui due voci si alternano al canto secondo uno schema fisso — la prima voce espone la strofa, la seconda la riprende e la conclude — secondo un complesso gioco di ripetizione, scomposizione e ricomposizione dei versi3. Vi è anche un repertorio strumentale composto di tarantelle e pizziche. Di particolare interesse è la tecnica esecutiva da cui probabilmente lo strumento prende nome. La mano destra struscia con le dita il telo delle corde e contemporaneamente sfrega e/o colpisce il piano armonico creando un doppio effetto armonico-percussivo di particolare efficacia (ribbummu). Un movimento a ruota della mano destra (rotuliata), permette di realizzare le terzine. La mano sinistra esegue gli accordi sulle prime tre corde. La quarta corda non viene mai tastata e funge da bordone di dominante che, in presenza dello scordino, è raddoppiato all'ottava superiore.


MANDOLINO

Come la chitarra, anche il mandolino è uno strumento tipico della fascia artigiana, usato in combinazione con altri cordofoni (chitarra, violino) per un repertorio vario, che spazia dalle operette alle canzoni della odierna musica leggera. In ambito agro-pastorale lo strumento compare in un interessante abbinamento con la chitarra battente, a Corigliano (CS), per un repertorio locale di canto a strofette.


FIDULA AD ARCO

Esclusivo della Calabria (in Italia) è un modello di fidula ad arco, detto lira, imparentato con una vasta famiglia di strumenti analoghi diffusi in tutta l'area del Mediterraneo. La lira (Tav. V b) presenta delle soluzioni costruttive particolarmente primitive e inconsuete per l'Italia. É costituita da una piccola cassa piriforme, con largo manico e 3 corde. Cassa, manico e paletta sono ricavati da un unico pezzo di legno (sambuco, pero, ciliegio, pioppo, olivo selvatico) modellato e scavato a mano in modo da ottenere una cavità di risonanza. La tavola armonica, generalmente di abete, ha due fori di risonanza a forma di mezza luna e comunica col fondo tramite un'anima mobile di canna. Le corde, in passato di budello, oggi di nylon, sono attaccate a una cordiera di cuoio fissata sul fondo e vengono tirate da 3 piroli infissi posteriormente nella paletta, che può essere di forma triangolare, quadrangolare o semicircolare. L'arco è costituto da una verga di legno flessibile, su cui è teso un fascio di crini di cavallo, trattati con pece da violino. Lo strumento non ha tastiera. Le corde passano alte sul manico e vengono tastate con i polpastrelli oppure lateralmente con le unghie: pertanto la melodia viene costruita mediante armonici. Le corde sono accordate, rispettivamente, sul secondo, quinto e primo grado di una scala diatonica (Es. 9).

Es. 9

Nell'esecuzione l'arco sfrega una coppia di corde alla volta: I e II, II e III. La melodia si sviluppa per la maggior parte sulla I corda, mentre la II corda (dominante a vuoto) viene tastata nelle cadenze finali per ottenere la sensibile prima di chiudere la frase sulla tonica (III corda a vuoto). Si noti la corrispondenza fra la scala della lira e quella della zampogna a paro (cfr. Es. 8). ES. 9. Lira La lira si suona da seduti tenendola verticalmente su un ginocchio. La mano sinistra sostiene lo strumento e tasta le corde; la mano destra aziona l'archetto. Inoltre il polso sinistro imprime allo strumento un movimento rotatorio intorno al suo asse, complementare ai movimenti dell'archetto (arco a destra, rotazione a sinistra e viceversa). Fino all'inizio degli anni '80 la lira era considerata estinta: le uniche attestazioni, consistenti in fonti bibliografiche e in due strumenti custoditi in musei, risalivano all'inizio del secolo e collocavano lo strumento nell'area tirrenica del promontorio di Capo Vaticano (prov. di Catanzaro). Scomparsa da tale area la lira è stata recentemente ritrovata lungo una fascia costiera ionica meridionale, dove si annoverano alcuni suonatori ancora attivi e un costruttore-suonatore residente a Siderno (RC). Qui vengono prodotti strumenti di due diverse misure (lungh. cm 60 ca. e cm 45 ca.), la più piccola delle quali è considerata "portatile". Tuttavia, è consuetudine dei suonatori di lira costruire o modificare il proprio strumento da sé e per questo motivo lo standard degli esemplari esaminati non risulta omogeneo. Il repertorio della lira comprende suonate lente e tarantelle, nonché l'accompagnamento al canto per serenate e questue.


COMBINAZIONI STRUMENTALI

Gli strumenti fin qui esaminati vengono usati da soli, oppure, più spesso, vengono combinati fra di loro e/o con la voce in vario modo. Le modalità con cui tali combinazioni si realizzano non sono casuali, ma vengono definite da una norma tradizionale sancita e condivisa dalla comunità. Il grado di omogeneità di tale norma sul territorio calabrese varia da luogo a luogo, da suonatore a suonatore e dipende, inoltre, dal maggiore o minore grado di coesione della cultura musicale tradizionale. Generalmente si può constatare una preferenza, che in alcuni casi tende a cristallizzarsi in norma, per determinati organici strumentali o, viceversa, per un uso solistico di altri strumenti. In alcune situazioni abbiamo sperimentato direttamente il disagio, o la dichiarata impossibilità, da parte dei suonatori, di eseguire determinati repertori in assenza dei compagni ritenuti necessari. Anche il giudizio della audience è sempre orientato nel considerare esteticamente più valida la soluzione dell'organico strumentale tradizionale al completo. Questa tendenza alla "musica d'insieme" riflette un palese gusto per gli accostamenti timbrici, le aggregazioni sonore, i rinforzi ritmici e melodici da parte di una cultura in cui la musica assume un prevalente carattere collettivo. Già i singoli strumenti rivelano questa tendenza, ad esempio, nella moltiplicazione dei bordoni della zampogna, nei raddoppi di corde della chitarra battente, nell'aggiunta di bubboli e sonagli al tamburello. A ciò si aggiunga la consuetudine, da parte dei suonatori, di incontrarsi per suonare insieme e spesso anche di costituire formazioni stabili, che vengono poi ingaggiate per diverse occasioni. Gli eventi più favorevoli per la musica sono le grandi feste religiose annuali, in cui grandi masse confluiscono in pellegrinaggio, convivendo per brevi ma intensi periodi. I suonatori, che vi si recano con precisi scopi musicali, si incontrano e organizzano estemporanee sessions ricercando le combinazioni ritmico-melodiche e timbriche che più li soddisfano e che incontrano i favori e la partecipazione degli astanti. I momenti in cui viene raggiunto il massimo coinvolgimento e la massima integrazione fra i musicisti e con i presenti sono quelli del ballo (tarantella), in cui si combinano insieme diversi elementi: strumentali (più strumenti ritmici e melodici insieme, con preferibili raddoppi), vocali (canti, grida, incitamenti, fischi), coreutici (la coppia danzante e la sua continua scomposizione e ricomposizione regolata dal mastro di ballo). Fra le formazioni strumentali più consuete, sono da indicare: zampogna e ciaramella, anche con tamburi da banda; organetto e zampogna; chitarra battente e chitarra, oppure mandolino; lira, doppio flauto e chitarra battente. Per la tarantella gli organici si completano con il tamburello, a cui si possono aggiungere triangolo e/o castagnette. Gli strumenti legati al lavoro e alla campagna (corno ad ancia, mirliton, flauto di corteccia, ma anche flauto e doppio flauto) vengono di solito utilizzati da soli. Gli strumenti destinati a un uso rituale, come campanacci, tabelle, raganelle, ecc., non essendo considerati veri e propri strumenti musicali, sono esclusi dalle regole combinatorie, mentre sono legati a specifiche occasioni d'uso. A volte gli organici strumentali subiscono delle semplificazioni dovute alla scomparsa o al declino di alcuni strumenti: in tal caso si verifica un certo squilibrio tra le parti e un impoverimento sul piano melodico o ritmico, nonché sul piano timbrico. Negli organici strumentali è interessante notare come i suonatori organizzino lo spazio rispetto a una audience più o meno partecipante o come si dispongano tra di loro per meglio intendersi. Ad esempio, nell'esecuzione di una tarantella, si dispongono lungo un'ipotetica circonferenza, delimitando l'area circolare del ballo e rivolgendosi all'interno di essa. In una processione, aprono il cammino avanti a tutti, fermandosi e voltandosi di tanto in tanto con movimenti coordinati. Quando suonano seduti, dispongono le sedie a semicerchio per potersi sentire e vedere reciprocamente. L'esigenza del sentirsi, rafforzata da una tendenza alla fusione delle fonti sonore, condiziona anche le posture del canto accompagnato da strumenti musicali. Chi canta si rivolge allo strumento accostandovi il viso, con un orecchio rivolto verso la fonte di suono e l'altro tipicamente coperto dalla mano racchiusa a coppa.

NOTE